261-Ottavia

scritto da Iviola
Scritto 2 giorni fa • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Autore del testo Iviola

Testo: 261-Ottavia
di Iviola

Si sistemò meglio gli occhiali cerchiati di tartaruga. Li accostò ancora una volta al ponte del naso, inutilmente, il caldo glieli faceva scivolare costantemente sulla punta, ma finalmente un leggero cambiamento atmosferico aveva limitato questo disagio. Inoltre, essendo pesanti, le pesavano sulle orecchie, procurandole un dolore basso e costante. Ma ormai ci si era abituata, dopo quasi trent’anni di indosso quotidiano. Il prossimo Natale me ne compro un paio nuovo, con una montatura degna, o magari un paio. 
Ottavia leggeva, nella sua poltrona Poang. La camera era molto bianca, affacciata su un paesaggio montano, e l’aria fredda d’autunno filtrava leggera e sottilmente gelida, pregna degli umori precipitosi di un inverno che bramava di rincontrare, come un vecchio amico seduto sulla panchina che si incrocia per caso al parco una volta l’anno.
– Dannati occhiali!
Le scivolarono talmente in basso che quasi le finirono sulle pagine del librone che teneva in grembo.
Nel silenzio le sue parole sembravano spari, tanto erano incongruenti.
Da sempre leggeva. Storie del legendarium familiare dicevano che anche a quattro anni o meno sfogliava rapita volumi intelligibili, osservando con cura le pagine e le illustrazioni. Dicevano fosse già lettrice nell’animo, e in effetti tale si sentiva.
Non era una performance, come molti al liceo le dissero, lei davvero riusciva a perdere la coscienza di sè dentro le pagine stampate. Molti anni addietro si spaventava, temeva di non poter tornare alla realtà, però poi la sua capacità di riemergere si era affinata e bastava un piccolo accenno di condizioni mutate all’esterno per riconnettersi al presente.
Lo smartphone accanto a lei, sul piccolo tavolino fece un suono, leggero e discreto.
Le dita nel libro, Ottavia si immerse per una mezz’ora nella lettura dei suoi profili Instagram preferiti.
Leggere un buon libro, Il libro del mese, Classici senza tempo, Booktok: ci rovinerà, La leggivendola…
Ogni tanto alzava gli occhi al cielo: le solite banalità ritrite. La tesi accreditata era sempre la stessa: i libri salvano, rendono migliori, ci rinnovano, tolgono lo stupido vizio della velocità, sono l’antidoto alla tecnologia frenetica, fanno chic e non impegnano, sono ottimi spunti di conversazione, sono un ottimo regalo, un libro è per sempre.
Quanto si era rotta i coglioni di quella retorica! Un libro è un oggetto, contiene parole, spesso coerenti ma non sempre, come moltissimi altri oggetti creati dalla tecnica umana. Anche una scatola di cereali ha delle parole, anche quello è leggere! E poi, mai che si ricordassero dei fumetti, delle graphic novel, dei blog, dei post, delle migliaia di articoli più o meno fake, delle pagine di divulgazione, di Wikipedia, del dizionario Treccani… No, leggere era l’unica cifra umana che elevasse lo spirito, ma SOLO se di certi generi e certo non su un dispositivo elettronico.
Ottavia, sbuffando infastidita, si alzò dalla poltrona, scostando la copertina di lana che le proteggeva le gambe e accoglieva la nera gatta Poe. I reumatismi non perdonavano, in quella umidissima mattina di ottobre. 
In cucina, si scaldò un infuso ai frutti rossi, con un cucchiaino di miele la rinfrancava e le restituiva fiducia nel prossimo. Poe le si strusciava ai polpacci.
– Ma ciao Poe, hai dormito bene? Una coccola e un crocchino?
Le aprì la finestra della cucina, e lei agile saltò sul davanzale a osservare gli uccelli e farsi scompigliare le vibrisse dal vento penetrante.
Di colpo un suono la fece sobbalzare, insieme a Ottavia. Il sorso che stava bevendo le finì sulla camicia bianca.
– Porcaputtana! Chi è ora?
Citofono, corriere, ah sì, s’era scordata.
– Curiere! Ottavia Spilito?
– Sì, scendo subito!
I quattro piani polverosi senza ascensore risuonavano dei suoi passi concitati. Sbuffando un poco – per fortuna le sue lunghe camminate mattutine (a base di podcast nelle orecchie, ovviamente letterari) erano un’abitudine mai persa, anche a quasi cinquant’anni – portò su il pacco, pesante come sempre. La cultura pesa! Come diceva sempre. Poe la aspettava paziente sullo zerbino in cocco, muovendo piano la coda sinuosa come un serpente ipnotizzato.
– Vieni Poe, vediamo se c’è tutto…
Piena di contentezza, aprì il pacco, con gesti sicuri e precisi. Sì, la saga era completa. Si era comprata l’ultima uscita del suo autore preferito – non mentiamoci, tutti sono i miei autori preferiti, ma questo lo era un poco di più. No, non è vero – Kloben. Un romanziere snello e vivace che tratteggiava sullo sfondo di una Vienna mitteleuropea di primi del Novecento intrighi misteriosi, omicidi e lunghe indagini intrecciate con spunti quasi fiabeschi, forse più freudiani. Era un bel polpettone, senza grandi pretese stilistiche, sui vari bookgram e booktok l’avrebbero schifato di sicuro, troppo plebeo, ma a lei suscitava un piccolo fuoco tiepido nel centro del petto, appena dietro ai generosi seni, come un caminetto in una vecchia cascina quando fuori le nebbie avvolgevano tutto e un profumo di castagne arrostite e fuoco avvolgeva l’ambiente rustico. E quindi se lo regalava, alla faccia delle banalità altolocate e snobistiche dei sostenitori della Buona Letteratura e dei Buoni Libri che ci Arricchiscono. 
Nel pacco c’era un piccolo omaggio. Prima di fare l’ordine, ricordava fosse menzionato qualcosa del genere, una sorpresa. Fissando per qualche secondo la sua libreria ordinata e stracolma, fantasticò un poco su cosa potesse essere. Forse un segnalibro esclusivo? Una cartolina illustrata? Un autografo dell’autore? O addirittura una piccola edizione Millelire con qualche suo inedito stralcio o addirittura poesia! Le brillavano gli occhi, gemelli a quelli di Poe, che sorvegliava sul tavolo in attesa di appropriarsi della sua meravigliosa, comoda, calda scatola in cartone.
Al settimo volume tolto, la sorpresa si rivelò: un piccolo quaderno.
Ottavia aveva quaderni in casa sua, scriveva, però solo cose utili. Aveva un’agenda fisica, lo faceva anche nel suo lavoro, doveva tutti i giorni scrivere appunti e annotazioni sulle pagine di aridi numeri e percentuali che le passavano in ufficio. Un lavoro che le permetteva di continuare a fantasticare con un buon tre quarti della sua mente per tutto il tempo, gli scambi minimi con i colleghi impiegati – personcine tese solo a faticare il meno possibile e a grattare il quotidiano foglietto in attesa di diventare milionari e morire felici su un’isola tropicale senza muovere un solo dito per il prossimo loro – le concedevano questa quasi assoluta libertà.
Però quel quaderno era diverso. Come se fosse un regalo di Kloben. In piedi, lo prese tra le mani, e lo accarezzò. La copertina era rigida, ben fatta, in simil pelle nera. Lo aprì. La carta era sottile, ma di grande qualità. Dentro, piccolissimo, c’era il nome autografato di Kloben e una piccola frase:
“La scrittura è anti-performance” M. Chapsal

Ottavia, rimase lì, a prendere una decisione importante della sua vita, forse più seria di quando aveva scelto quale università intraprendere. Lo sentiva, era decisiva. Poe impaziente, fece un miagolio da gattina implorante, con la coda più nervosa del solito.
Cercò nel cassetto del suo piccolo scrittoio – meramente adibito alle scartoffie utili – la sua penna migliore, la passione per la cancelleria l’aveva coltivata ugualmente, con l’inchiostro nero e scorrevole. Scostò i documenti dal risicato piano di lavoro, lasciando il tavolo del salotto ingombro di libri e di una gatta acciambellata soddisfatta nella scatola vuota.
Aprì la prima pagina, e con la migliore scrittura che sapeva fare, una lettera alla volta scrisse: Io sono Ottavia Spilito e questo è il mio diario.

261-Ottavia testo di Iviola
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